La testa concentrata su documenti da finire, sulla telefonata da fare con Giorgia (mia collaboratrice), sulle email che richiedono attenzione. Cerco di mettere in campo tutto quello che mi è possibile per non pensare.
Pensare, già. Troppo pensieri fanno male, lasciano focalizzata la tua mente sul dolore che senti dentro. Pochi pensieri fanno male, non ti permettono di comprendere i perché del disagio e del sapore amaro che non vuol saperne di andare via.
Ecco allora la distrazione: il lavoro. A testa bassa. E quando stacchi? Tornano i fantasmi: provi a cacciarli via, ma sono dietro l’angolo appena pensi di essertene sbarazzato.
Emanuela è in giro oggi. In trasferta a Milano. E’ la prima volta - la prima, sorrido amaro - che non le fonisco informazioni via sms sull’eventuale ritardo del treno che la riporta a Bologna, tramite il collegamento al sito di Trenitalia. L’ho sempre fatto: era un modo semplice e banale per far capire che c’ero. Che la pensavo. Che ero presente. Anche quando era lontana, in viaggio.
Anche lei è stata sempre presente. Soprattutto con quello che un giorno di ottobre - un’eternità sembra passata - ha chiamato “Un piccolo spiraglio di sole in una giornata buia“. Un semplice scambio di parole, in chat. Impossibile non sentire al cuore una fitta dolce e dolorosa.
“EG: vuoi che ti prenda qualcosa per cena?
Quanto darei per ricevere ancora oggi il tuo aiuto…
Quanto?
Ora senza di te solo più che mai.
Pubblicato in come eravamo, da solo, sensi di colpa, stress, tristezza | Tag: emanuela, giorgia