Posted by: cinesino | Mercoledì 14 Maggio 2008

Un pellegrinaggio verso me stesso

Pranzo a casa. Un pò di tensione tra Mamma e Aless, normale a mio avviso per una famiglia che vive quasi in simbiosi. Poi in clinica visita di controllo per la sua gravidanza.

Villa Margherita, poco distante da casa. Aless ha il pancione, quindi meglio andare in macchina. Le accompagno e le lascio lì mentre parcheggio. Consegno le chiavi a Mamma prima di tornare in ufficio a piedi. Camminare fa bene. E non solo al fisico. Anche il cervello si sente meglio. Se non fosse per quel rumore di traffico.

Uscendo mi sento strano perché non mi sento legato a questo posto. Eppure è a Villa Margherita che è successo un dramma di tanti anni fa. Maledetta Pasqua 1997.

Ho conosciuto Clarissa verso la fine del 1995, all’interno dell’Associazione Studenti Erasmus (ASE - ESN Roma), della quale ero Presidente. Il giorno che venne per la prima volta in “ufficietto” rimasi colpito dall’energia che emenava. Poi un legame intenso. A inizio febbraio 1996 parto alla volta di Tours (Francia) per la Scuola Ufficiali. Poi Regimento a Lille. Fine milite a fine novembre 1996. Poco tempo a Roma poi a febbraio 1997 inizia l’avventura con una nuova vita a Londra, lavorando in Citroën UK. Lì quasi 3 anni.

A Pasqua 1997 viaggio a Parigi con amici (c’erano Stefano “Pucci”, Fabrizio, Uwe credo). Con Clarissa non si sapeva neanche se si stava ancora insieme ma decise comunque di aggregarsi al viaggio. Eravamo ospiti di mia Nonna Christiane. Pur avendo la sua stanza, dormì con me.

Abbastanza presto la mattina del sabato di Pasqua - credo - squilla il telefono di casa. Mi Nonna mi chiama. Parlo con una voce maschile che si presenta come il ragazzo della sorella di Clarissa. Mi chiede di dirle di tornare con urgenza a Roma, sua madre non sta bene. Torno in stanza da lei. Dorme ancora come un angelo. Pochi minuti prima ero ancora lì vicino a lei. La sveglio e le trasmetto il messaggio. Sguardo serio d’un colpo. Prepara la valigia come fosse un automa. Ci muoviamo verso l’aeroporto, compra un biglietto. L’indomani la sento. Sua madre era già morta prima della telefonata che le chiedeva di tornare. Era “entrata con le sue gambe” (espressione di Clarissa) a Villa Margherita (chissà perché, era vicino a casa mia quindi lontano da casa di Clarinetto), e ha avuto un malore, inspiegabile per i medici presenti. E’ morta in poche ore. Nelle diverse volte in cui sono tornato nella vecchia casa di mia Nonna a Bourg-la-Reine, passando davanti a quella stanza, ho sempre rivisto quel film. Lei che dorme, io che la sto per svegliare per darle una notizia che non sa di buono.

Nei mesi successivi la nostra storia, già traballante a Pasqua, finisce. L’estate vado con amici (Andrea DN, Luca L) in Grecia. Li abbandono senza preavviso, sparendo dalla circolazione una notte per tornare in Italia, da Clari. Ore sotto casa sua, in macchina. Fin quando scende la sorella. Con un misto di dolcezza e sofferenza mi chiede di lasciare Clarissa in pace. Nei momenti di grande sconforto per aver perso Clari, nei mesi successivi sono tornato decine di volte al cimitero del Verano sulla tomba di sua madre, come fosse un pellegrinaggio verso me stesso. Lei l’ho rivista solo anni dopo, quasi per caso. Insegna all’Università. Incontro fulmineo e gelido. Ma forse ne avevo bisogno. Per girare quella pagina.

Villa Margherita è anche lì dove anni dopo è stata ricoverata Mamma. Per ragioni che a me sono sempre apparse oscure. Forse per questa solita tendenza in famiglia nostra di non dire le cose, per poi accusarti di non saperle. Un classico.

Credo che Mamma abbia avuto paura in quei giorni, ma che a noi - o almeno a me - non abbia mai detto nulla. Forse per proteggerci. Proteggermi.

Fortunatamente Villa Margherita è anche luogo di momenti felici: Giulia nasce lì il 5 maggio 2005. Quel giorno sono a Udine. Appresa la notizia, mi precipito all’aeroporto di Venezia. Voglio assolutamente vedere mia sorella e mia nipote a poche ore dalla nascita. Emozionante davvero.

Oggi di quel posto voglio provare a ricordare solo quel momento. Ma non dimenticare gli altri è importante.

Mentre passeggio a ritmo blando verso il lavoro, con questi pensieri che mi rimbombano dentro, passo davanti all’ufficio di Uwe.

Il cancello è curioso. E’ fatto a forma di grande ragno. Per un attimo ho esitato a chiamarlo per un caffè. Poi ho fatto la cosa giusta e ci siamo visti per 20 minuti circa. E’ il classico amico che non vedi mai, ma quando lo incontri è come se il tempo non fosse mai passato. Forse mi potrà aiutare anche per il Grande Progetto.

Chissà.

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